“TOCCA LE CORDE PIÙ BASSE DELLE PERSONE” — LO SCONTRO CON GIORGIA MELONI TORNA A FAR DISCUTERE
ROMA — Ci sono frasi che, una volta pronunciate in televisione, non restano semplicemente dentro una puntata. Escono dallo studio, entrano nel dibattito pubblico, diventano simboli, ferite, bandiere o accuse. È il caso dello scontro tra Monica Guerritore e Giorgia Meloni, tornato a far discutere a distanza di anni dopo essere stato ricordato in un’intervista a “Belve”.
La frase è rimasta impressa: Meloni “tocca le corde più basse delle persone”.
Parole durissime. Dirette. Senza filtri. Una critica frontale alla comunicazione politica della leader di Fratelli d’Italia, oggi presidente del Consiglio, ma già allora figura centrale della destra italiana. Secondo quanto ricostruito da diverse testate, l’episodio risale al 2018, durante un confronto politico a “Otto e mezzo”, il programma condotto da Lilli Gruber. In seguito, Francesca Fagnani lo ha richiamato durante un’intervista a Monica Guerritore a “Belve”, chiedendo all’attrice di tornare su quel momento.
La risposta di Guerritore ha riaperto una ferita.

L’attrice ha raccontato di non conservare affatto un ricordo sereno di quella vicenda. Non solo per la durezza dello scontro televisivo, ma soprattutto per ciò che sarebbe accaduto dopo. Guerritore ha detto di aver avuto la Digos per un mese, sostenendo di essere stata minacciata di morte da “seguaci” o sostenitori di Meloni. Il Fatto Quotidiano ha riportato proprio questa ricostruzione, sottolineando anche la replica di Fagnani, che invitava a non attribuire direttamente quelle minacce alla leader politica.
Ed è qui che la storia smette di essere solo televisione.
Perché una cosa è un confronto aspro in studio. Un’altra è la trasformazione della polemica politica in minaccia personale. Una cosa è criticare una leader. Un’altra è ritrovarsi, secondo il racconto della protagonista, sotto tutela o attenzione delle forze dell’ordine per il clima che si sarebbe generato dopo.
Il punto, allora, non è stabilire chi avesse ragione in quel confronto del 2018.
Il punto è chiedersi che cosa succede quando la politica smette di essere scontro di idee e diventa una macchina emotiva capace di produrre odio, paura e intimidazione.
Monica Guerritore, attrice con una lunga carriera teatrale e cinematografica, non è nuova a prese di posizione nette. È una figura pubblica che parla spesso di cultura, diritti, società, impegno civile. Proprio per questo, il suo scontro con Meloni venne letto da molti come il confronto tra due mondi: da una parte una sensibilità progressista, culturale, anti-populista; dall’altra una destra identitaria, diretta, capace di parlare a un elettorato arrabbiato e stanco delle élite.
Quando Guerritore disse che Meloni “tocca le corde più basse delle persone”, non stava facendo una critica tecnica a un programma politico. Stava accusando la leader di parlare alla parte più fragile, istintiva e rabbiosa dell’opinione pubblica. Un’accusa che, per i sostenitori di Meloni, suonò come snobismo culturale. Per i critici della premier, invece, fu una frase capace di descrivere il cuore della comunicazione populista: semplificare, polarizzare, accendere paure, trasformare disagio sociale in consenso politico.
Da lì nacque la frattura.

Per la destra, Guerritore rappresentava l’ennesima voce del mondo culturale pronta a giudicare dall’alto chi vota Meloni. La classica accusa: “radical chic”, salotto, élite, superiorità morale. Durante l’intervista a “Belve”, Fagnani ricordò proprio questo tipo di critica, parlando della definizione di “radical chic dei Parioli”. Guerritore reagì con irritazione, respingendo l’etichetta come frutto di disinformazione e ignoranza. Anche Il Giornale ha ricostruito quel passaggio, descrivendo un’intervista molto tesa.
Per la sinistra e per molti osservatori critici, invece, il punto era un altro: è ancora possibile criticare duramente un leader politico senza diventare bersaglio di campagne d’odio?
La domanda resta attuale.
Anzi, forse oggi lo è ancora di più.
Perché dal 2018 a oggi il clima politico italiano non si è raffreddato. Si è indurito. I social hanno trasformato ogni frase in una miccia. Ogni talk show può diventare un tribunale pubblico. Ogni personaggio famoso che prende posizione viene immediatamente incasellato: amico o nemico, patriota o traditore, voce libera o servo di una parte.
La politica italiana vive sempre più dentro questa logica binaria.
Non si discute più soltanto di contenuti. Si combatte per appartenenza.
Chi critica Meloni viene spesso accusato di odiare la destra, di disprezzare il popolo, di non accettare il voto democratico. Chi difende Meloni viene accusato di giustificare una comunicazione aggressiva, identitaria, divisiva. Il risultato è un Paese in cui il dissenso non viene più ascoltato: viene immediatamente trasformato in colpa.
E allora il caso Guerritore-Meloni torna a far discutere perché contiene tutti gli elementi della politica contemporanea.
Una frase forte.
Una leader divisiva.

Un personaggio pubblico esposto.
Un’ondata di reazioni.
L’accusa di minacce.
La memoria di un talk show diventato campo di battaglia.
Per alcuni, quello scontro fu solo un momento acceso, uno dei tanti nella televisione politica italiana. Una frase dura, certo, ma dentro il perimetro della polemica. In democrazia, dicono, una leader deve accettare critiche anche feroci, e chi critica deve accettare di essere contestato.
Per altri, invece, quell’episodio mostra qualcosa di più inquietante: la difficoltà crescente di separare critica politica e odio personale. Se una frase contro una leader produce, secondo il racconto della protagonista, minacce di morte e intervento della Digos, allora il problema non è più la televisione. È il clima.
Naturalmente, bisogna distinguere.
Le minacce, se avvenute, non possono essere attribuite automaticamente a un leader politico senza prove. È un punto fondamentale. Francesca Fagnani lo ricordò durante l’intervista, sottolineando che non si poteva dire che fossero state “mandate” da Meloni. Guerritore, però, insistette sul fatto che venissero da ambienti di sostegno alla leader.
Questa distinzione è importante.
Un leader non è responsabile diretto di ogni comportamento dei propri sostenitori. Ma ogni leader, soprattutto quando parla a milioni di persone, ha una responsabilità sul clima che contribuisce a creare. Le parole politiche non sono mai innocenti. Possono rassicurare o incendiare. Possono costruire confronto o alimentare risentimento. Possono indicare un avversario come interlocutore o come nemico.
Ed è qui che la frase di Guerritore torna a pungere.
“Tocca le corde più basse delle persone” significa proprio questo: accusare una politica di parlare non alla ragione, ma alla paura. Non alla costruzione, ma al rancore. Non alla complessità, ma all’istinto.

I sostenitori di Meloni respingono questa lettura. Per loro, la premier non parla alle “corde basse”, ma alle persone reali, a chi si sente ignorato da anni di linguaggio elitario. In questa visione, Meloni non manipola le paure: dà voce a chi non veniva ascoltato. Non abbassa il livello: rompe il monopolio di chi decideva dall’alto quali parole fossero accettabili.
È il cuore dello scontro culturale italiano.
Da una parte chi vede nella destra meloniana una politica identitaria capace di trasformare disagio sociale in consenso.
Dall’altra chi vede nelle critiche del mondo culturale una forma di disprezzo verso il popolo che vota destra.
Il problema è che entrambe le letture, quando diventano assolute, impediscono il confronto. Se chi critica Meloni è sempre un radical chic arrogante, non si ascolta più il contenuto della critica. Se chi sostiene Meloni è sempre descritto come vittima delle “corde più basse”, non si riconosce più la legittimità di un consenso reale.
E così il Paese resta bloccato.
Guerritore, con quella frase, colpì un nervo scoperto. Meloni, con la sua ascesa politica, ha dimostrato di saper parlare a una parte enorme dell’Italia. Il problema è capire se quel linguaggio abbia alzato o abbassato il livello del dibattito pubblico.
La vicenda delle presunte minacce dopo lo scontro televisivo aggiunge un elemento ancora più grave. Perché nessuna critica politica dovrebbe produrre paura personale. Nessun dissenso dovrebbe trasformarsi in intimidazione. Nessun artista, giornalista, politico o cittadino dovrebbe aver bisogno della Digos per aver espresso un’opinione in televisione.
Allo stesso tempo, nessuna accusa dovrebbe diventare condanna collettiva di milioni di elettori. Attribuire a un intero campo politico la responsabilità morale di pochi violenti sarebbe un errore. Ma minimizzare il problema dell’odio online lo sarebbe altrettanto.
Alla fine, la domanda resta aperta.
Quello tra Monica Guerritore e Giorgia Meloni fu solo uno scontro televisivo duro, come tanti nella storia della politica italiana?
O fu il segnale anticipato di un clima che oggi appare ancora più radicalizzato, dove ogni critica può trasformarsi in guerra personale e ogni parola può generare una valanga di odio?
Forse la risposta sta proprio nella memoria di quella frase.
“Tocca le corde più basse delle persone.”
Per alcuni, un’accusa ingiusta e classista.
Per altri, una diagnosi lucidissima della politica contemporanea.
Ma il vero punto è un altro: una democrazia sana dovrebbe poter discutere anche frasi durissime senza arrivare alle minacce.
Se questo non accade più, allora il problema non è solo Meloni, Guerritore o un vecchio talk show.
Il problema è il Paese che siamo diventati.




