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“NON IN MIO NOME!” — TOMASO MONTANARI SI DIMETTE E ACCUSA IL SISTEMA CULTURALE DEL GOVERNO MELONI

FIRENZE — Tomaso Montanari lascia il Comitato scientifico delle Gallerie degli Uffizi e lo fa con un gesto destinato a scuotere il mondo della cultura italiana. Non una semplice dimissione tecnica. Non un passo indietro silenzioso. Ma una rottura politica, culturale e simbolica contro le nuove nomine decise dal ministro della Cultura Alessandro Giuli per il Consiglio di amministrazione del museo fiorentino.

Il caso esplode dopo la composizione del nuovo Cda degli Uffizi, nel quale figurano Carlo Deodato, segretario generale della Presidenza del Consiglio, Alessandro Campi, accademico e già vicino all’area culturale di Gianfranco Fini, Carmen Bambach, storica dell’arte del Metropolitan Museum of Art di New York, Stefano Mugnai, ex parlamentare di Forza Italia, e il direttore Simone Verde, membro di diritto.

Per Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena, quelle nomine non rappresentano un normale passaggio amministrativo. Rappresentano, al contrario, il segnale di una precisa occupazione politica del patrimonio culturale. Le sue parole sono durissime: “Si riempiono la bocca con ‘nazione’, ma qui c’è un cambio di consonante: ‘fazione’. Si stanno prendendo tutto. Non si tratta di egemonia culturale, ma lottizzazione del patrimonio culturale”.

Una frase che ha immediatamente incendiato il dibattito.

Perché gli Uffizi non sono un museo qualsiasi. Sono uno dei simboli più potenti della cultura italiana nel mondo. Un luogo che custodisce Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Raffaello. Un’istituzione che appartiene alla storia dell’arte, alla memoria nazionale e all’immagine stessa dell’Italia. Ogni scelta che riguarda la sua governance assume quindi un peso molto più grande di una nomina burocratica.

Montanari sostiene di aver appreso dalla stampa la composizione del nuovo Consiglio e ha annunciato le proprie dimissioni dal Comitato scientifico. Secondo la sua lettura, la presenza di figure legate direttamente o indirettamente all’area di governo trasformerebbe gli Uffizi in un terreno di appartenenza politica, più che in un’istituzione guidata da criteri scientifici, museali e culturali.

Il punto più pesante della sua accusa è questo: la cultura, secondo Montanari, non sarebbe più trattata come patrimonio comune, ma come spazio da presidiare, occupare, controllare.

Da qui il senso della frase simbolica: “Non in mio nome.”

Una dichiarazione che suona come rifiuto personale, ma anche come atto pubblico. Montanari non vuole essere associato a una governance che considera sbagliata. Non vuole restare dentro un organismo scientifico mentre, a suo giudizio, la direzione politica delle nomine snatura il ruolo degli Uffizi.

Per i suoi sostenitori, le dimissioni sono un gesto raro di coerenza. In un Paese dove spesso incarichi, comitati e poltrone vengono conservati anche quando si dissente, Montanari sceglie di andarsene. Non resta per protesta interna. Non si limita a una dichiarazione critica. Lascia il posto e trasforma l’addio in una denuncia.

Per i critici, invece, si tratta dell’ennesimo scontro ideologico contro il governo Meloni. Secondo questa lettura, ogni nomina fatta dalla destra verrebbe immediatamente descritta come occupazione, mentre in passato altre aree politiche avrebbero esercitato influenza analoga senza provocare lo stesso scandalo. Per chi difende Giuli, il ministro avrebbe semplicemente nominato figure ritenute qualificate, alcune con profili tecnici e accademici, e le accuse di lottizzazione sarebbero pretestuose.

La replica del Ministero della Cultura è arrivata con toni polemici. Giuli ha definito le motivazioni di Montanari “pretestuose e deludenti”, difendendo la qualità delle figure nominate e citando in particolare il profilo di Carmen Bambach, considerata una studiosa di altissimo livello internazionale.

Ma il caso non si chiude con una replica.

Anzi, si allarga.

Perché al centro non c’è solo la carriera di una singola persona nominata nel Cda. C’è una questione più profonda: chi deve governare il patrimonio culturale italiano? La politica, perché rappresenta il mandato democratico? Gli esperti, perché garantiscono competenza scientifica? O un equilibrio tra le due dimensioni?

La cultura non vive fuori dalla politica. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Ogni scelta museale, ogni investimento, ogni nomina, ogni prestito internazionale, ogni grande mostra contiene anche una visione del Paese. Ma il problema nasce quando la politica sembra prevalere sulla competenza, o quando la competenza viene percepita come copertura di un disegno politico.

Montanari denuncia proprio questo rischio.

Secondo lui, il governo Meloni parlerebbe continuamente di “nazione”, ma nei fatti starebbe trasformando la cultura in una rete di nomine, appartenenze e fedeltà. Non una cultura condivisa, quindi, ma una cultura di parte. Non il patrimonio come bene comune, ma il patrimonio come campo di conquista.

È un’accusa che colpisce direttamente il cuore della narrazione della destra al governo. La premier Giorgia Meloni e la sua area politica hanno spesso rivendicato il diritto di superare quella che considerano una lunga egemonia culturale della sinistra. Per il centrodestra, intervenire nei luoghi della cultura significa riequilibrare un sistema che per anni avrebbe escluso o marginalizzato voci conservatrici.

Ma qui nasce il cortocircuito.

Quando il riequilibrio diventa pluralismo e quando diventa occupazione?

Quando una nomina rompe un monopolio precedente e quando costruisce un nuovo controllo?

È su questa linea sottile che si gioca tutta la polemica degli Uffizi.

Per una parte del mondo culturale, le dimissioni di Montanari rappresentano un allarme: se anche i grandi musei diventano terreno di appartenenza politica, allora il patrimonio italiano rischia di perdere autonomia, autorevolezza e credibilità internazionale.

Per la maggioranza, invece, il caso mostra l’incapacità di una parte degli intellettuali di accettare che il governo legittimamente eletto possa nominare persone non appartenenti al circuito culturale tradizionalmente vicino alla sinistra.

La verità politica è che gli Uffizi diventano oggi un simbolo molto più grande di sé stessi.

Non si discute soltanto di Firenze. Si discute di Rai, musei, fondazioni, università, teatri, soprintendenze, festival, archivi, memoria pubblica. Si discute di chi racconta l’Italia. Di chi sceglie le sue immagini. Di chi decide quali voci entrano nelle istituzioni culturali e quali restano fuori.

Ed è per questo che la frase “Non in mio nome” ha avuto un impatto così forte.

Non è solo la frase di uno storico dell’arte che lascia un comitato. È la frase di chi dice: io non voglio legittimare questo modello. Io non resto dentro mentre il patrimonio viene, a mio giudizio, trasformato in bottino politico.

Poi, naturalmente, resta la domanda opposta: Montanari sta difendendo l’autonomia della cultura o sta combattendo una battaglia politica contro un governo che non condivide?

Anche questa è una domanda legittima.

Perché nessuna figura pubblica è neutra. Montanari è da anni un intellettuale schierato, critico verso la destra, molto presente nel dibattito civile. Le sue parole arrivano quindi da una posizione chiara, non da un osservatorio tecnico privo di orientamento. Ma questo non basta a liquidare la questione. Anche una voce schierata può porre un problema reale.

E il problema resta: il patrimonio culturale italiano è ancora percepito come bene comune?

Oppure ogni nomina, ogni museo, ogni consiglio di amministrazione viene ormai letto come parte di una guerra tra fazioni?

Il rischio più grande è proprio questo: che la cultura smetta di essere un luogo di confronto e diventi un campo di battaglia permanente. Che ogni scelta venga interpretata come vittoria o sconfitta di una parte. Che i musei diventino estensioni dei palazzi politici. Che il valore scientifico venga sempre sospettato di nascondere fedeltà.

Gli Uffizi meritano di più.

Meritano competenza, autonomia, trasparenza, visione internazionale e rispetto della loro storia. Meritano un governo che sappia guidare senza occupare. Meritano critici che sappiano vigilare senza trasformare ogni passaggio in guerra ideologica. Meritano un dibattito pubblico capace di distinguere tra pluralismo e lottizzazione.

Le dimissioni di Montanari, comunque le si giudichi, hanno ottenuto un risultato: costringere il Paese a parlare di chi governa la cultura.

E questa non è una questione secondaria.

Perché il patrimonio culturale italiano non appartiene a un ministro, a un governo, a una maggioranza, a un partito o a una stagione politica. Appartiene ai cittadini. Appartiene alla storia. Appartiene anche alle generazioni future.

La domanda finale resta aperta e pesa più di qualunque nomina:

la cultura italiana è ancora patrimonio di tutti, o sta diventando l’ennesimo terreno di conquista politica?

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